Jules Massenet, Hérodiade (versione in quattro Atti), Enrique Mazzola, Orchestra e Coro della Deutsche Oper di Berlino, Etienne Depuis (Hérode), Clémentine Margaine (Hérodiade), Nicole Car (Salomé), Jean (Matthew Polenzani), Mirko Mimica (Phanuel), Dean Murphy (Vitelius), Kyle Miller (Il Grande Sacerdote), Thomas Ciluffo (Una Voce), Sua Jo (Una giovane babilonese), registrazione effettuata il 13, il 15 il 18 giugno alla Deutsche Oper di Berlino; t.t.: 2h 38’29”
Naxos 8.660540-41 (2cd)
Dopo le Roi de Lahore, Hérodiade è una tappa importante nella carriera sempre più brillante di Jules Massenet. Ebbe genesi complessa, che per sommi capi può essere come segue. Fu rifiutata dall’Opéra di Parigi per l’argomento, che presentava scene scabrose; andò in scena alla Monnaie di Bruxelles nel 1881, nella versione in 3 Atti, e l’anno dopo alla Scala di Milano in una versione significativamente diversa con soppressione del I Quadro del II Atto, quello in cui re Erode, in preda ad allucinogeni, ha una lasciva allucinazione e invoca Salome in “Vision fugitive”, la pagina più celebre dell’opera; in Francia fu rappresentata a Nantes nel 1883 e poi in quattro Atti a Les Italiens di Parigi; seguirono ritocchi nel corso degli anni fino alla stesura definitiva del 1903. Qui viene presentata-giustamente-nella versione in quattro Atti.
L’edizione Naxos va a rimpinguare una discreta discografia che prende l’avvio nel 1927 con un’edizione a 78 giri; suonano i complessi dell’Opéra Comique, nel cast ci sono due voci storiche: Ninon Vallin, Salome, e Arthur Endrèze. Hérode. Tra le edizioni da segnalare quella Voix de son maître poi Emi del 1963, diretta da Georges Prêtre con Regine Créspin, Rita Gorr, Albert Lance, Michel Dens, rispettivamente Salome, Hérodiade, Jean e Hérode; quella del 1994, sempre Emi, con Michel Plasson Studer, Denize, Heppner, Hampson e nello stesso anno l’edizioni Sony, diretta da Gergiev con Fleming, Zaijck, Domingo, Pons
Per i cultori del disco storico, alla ricerca dell’antico stile offre soddisfazioni l’ascolto dei numerosi 78 giri, che hanno per oggetto “Vision fugitive”. Tra le curiosità Mattia Battistini, che dà sempre lezione di canto. Ma merita l’ascolto del disco di Marcel Renaud che offre un perfetto esempio del rapporto tra la lingua francese e il suono che dà esso ne deriva, caratteristica quasi sempre perduta con esecutori, pur eccellenti, ma non madre lingua.
Hérodiade incarna assai bene quello spirito decadente, diffusosi in Francia nella seconda metà dell’Ottocento, che, nella commistione tra sacro e profano, tra mistico ed erotico, ebbe tra i suoi miti Salome, Giovanni Battista, Erodiade, rivisitati in chiave romanzesca e caricati di significati del tutto estranee alle fonti bibliche, che ne trattano. La Salome di Massenet e dei suoi librettisti è ben diversa da quella di Strauss, pur legata a lei dal desiderio che la trascina verso un Giovanni, in questo caso incline ai turbamenti della carne. Una Salome al centro di una catena di desideri e rivalità.
Anima di questa edizione è Enrique Mazzola. Direttore italiano, sostanzialmente ignorato dalle nostre istituzioni musicali, ha realizzato una carriera, a dire poco prestigiosa, all’estero, prima di tutto come Direttore Musicale alla Lyric opera di Chicago e, poi, presso i grandi teatri e le più titolate orchestrare del mondo. La presente incisione conferma il suo vivo senso del teatro, con un dominio completo di una partitura complessa che assomma in sé le caratteristiche dell’opéra lyrique e del grand opéra. Nel primo caso Mazzola dà pieno risalto alle pagine più scopertamente liriche, allo scontro tra Hérodiade e Jean, ai languori di un Hérode allucinato e visionario; nel secondo all’apparato scenografico delle marce, alle danze, all’invocazioni mistiche, come nella scena del tempio nel II Quadro del III Atto e, prima ancora, nel gigantesco finale del II Quadro del II Atto, con l’arrivo a Gerusalemme di Vitellius, il proconsole romano.
Nel cast si distingue Clémentine Margaine. Sostiene una parte che proprio nella prima ottava della voce di mezzosoprano trova suoni corposi, mai sguaiati, opportunamente scuri, utili a dipingere la passione che anima Hérodiade fin dal Duetto del I Atto con Hérode, “Venge-moi d’une suprême offense” e che poi ha modo di farsi valere nel corso dell’intera opera. Non meno valida la Salome di Nicole Car, capace di espansioni liriche e sognanti, ma anche di accese impennate in una vocalità esigente, che porta la voce su fino al do acuto, e che chiede all’interprete un evidente trasporto, culminante nel Duetto con Jean nel I quadro del IV Atto, “Ami, la mort n’esta pas cruelle”. Nel comparto femminile una menzione particolare merita il soprano, Sua Jo, impegnata nella piccola parte della Giovane Bailonese. Nel I Quadro del II Atto, è la sua voce a condurre con canto suadente Hérode a drogarsi, “Que ce philtre amoreux dissipe ton ennui”, e ad abbandonarsi ad erotiche visioni.
Meno significativi gli interpreti maschili. Jean è Maththew Polenzani che presta al profeta la sua strana voce di tenore lirico per una parte che fin dalla prima assoluta è stata affidata a voci spinte, di ben altro calibro. Affronta e risolve tutti i momenti di una vocalità ardua, specie quella dell’Aria del IV Atto, dove il profeta confessa la sua attrazione per Salome. Ma è debole nel centro; salendo, le sonorità si stringono ed assumono risonanze non sempre gradevoli così che le intenzioni dell’interprete vengono limitate proprio dallo strumento di cui dispone. Etienne Depuis canta senza problemi la parte di Hérode, la cui tessitura baritonale cerca spesso la zona acuta della voce; ha buona dizione e fraseggio corretto, ma all’insegna di una disarmante superficialità. A questo Hérode manca l’estasi voluttuosa, manca l’autorevolezza, manca l’erotica disperazione per il suo infelice amore così che paragoni con i più celebri interpreti sarebbe ingiustificati. Più significativo, invece, il Phanuel di Marco Mimika che, pur alle prese con una parte più breve di quella di Hérode, si fa ascoltare ed apprezzare, dando rilievo alla scena della predizione, che è da considerarsi tra i momenti meglio riusciti dell’opera.
Ottima la registrazione: da leggere le note di copertina (in inglese e tedesco), molto circonstanziate, come di consueto nelle incisioni della Naxos.
Giancarlo Landini




























