Maxime Pascal dirige Ariadne auf Naxos con la disinvolta regia di David Hermann
La realtà della finzione per Ariadne auf Naxos all’Opera di Roma, capolavoro di Richard Straus e Hugo von Hofmannsthal, di ritorno in Teatro dopo trentacinque anni di assenza. Nella regia di David Hermann il Prologo è lineare, con cantanti/attori che si muovono in sincronismo perfetto, sottolineando con disinvoltura ogni spunto preparativo in stile schmäh alla viennese, per quella che sarà la commedia fittizia: scherzosa, benevolente.
Nella lineare parete di fondo si aprono tre porte, a simboleggiare camerini dai quali si affacciano i solisti in un crescendo turbinoso, delineando nel carattere di ognuno le svariate combinazioni della successiva, inusitata pantomima. Come richiesto nella parodia della Ringstraße i due generi, cantanti d’opera e comici, si combineranno nella successiva rappresentazione operistica, dove tutto è finzione, così come le scenografie di lussureggianti alberi/quinte che si contrappongono alla scogliera del dolore di Ariadne, là dove fu abbandonata dall’amato Theseus. Scene di Jo Schramm, nell’atto serio con effetti d’ampi spazi e cambiamenti a vista che marcano luoghi di baroccheggiante fantasia. Luci magnetiche di Fabrice Kebour. Abili i movimenti, apparizioni delle Ninfe in ironica allegoria, spensierati gli attori della “Commedia dell’Arte”. Ariadne da Primadonna nel Prologo è nell’ “Opera” attrice disperata, invocante il dio Hermes per essere accompagnata nel mondo dei morti, ma nell’isola è in arrivo un altro dio, Bacchus scambiato per l’amato Theseus.
I costumi sono farseschi, ma Bacchus si presenterà in jeans e camicia, da un altro mondo con aria spensierata e distante. Costumi di Michaela Barth. Il risolutivo, complesso duetto, si dissolve nel nulla e dopo essersi giurati fedeltà il dio scompare lasciando Ariadne solitaria, mentre la voce di Zerbinetta si perde senza alcun senso nel motivo di una vita che si rinnova («Kommt der neue Gott gegangen, Hingegeben sind wir stumm!»). Nulla di quel che accade è reale, questo è ben chiaro, visione giocata nei piani esteriorizzanti dell’azione, ma pur sempre nella convenzione dei personaggi, senza mai approfondirne l’azione con abbandono. Estetica e formalità di gradevole effetto, ma con limitata ironia, alcun cinismo, immorale volubilità; l’apparato funziona alla perfezione, ma nell’attuazione della seconda parte è austero.
Lo svolgimento dei tanti temi enunciati nella musica di Strauss è individuato nell’orchestrazione di Maxime Pascal, con reattiva ed espansiva fluidità, evidenziando nel Prologo la compiutezza della forma in complessiva eloquenza. Il maestro imprime sonorità multiformi, traversa gli svariati temi con sviluppo e trasparenza, tale da dare continuità all’intreccio di genere. Nell’ “Opera”, però, non troverà sempre il bandolo della vicenda risultando, pur ponderato ed elegante, con limitato mordente, alla ricerca di un’eleganza esteriore, sino a un allargamento esasperante del duetto d’amore. La Primadonna che sarà Ariadne è Axelle Fanyo dal vasto respiro di un canonico Strauss in staticità vocale e scenica, sostenuta da voce piena e languente. In marcata contrapposizione vi è ritratta Ziyi Dai, briosa e sferzante Zerbinetta, affrontando screziature timbriche, trilli ed arabeschi con coloratura in funzione espressiva, lungamente applaudita nei virtuosismi del recitativo, aria e rondò: «Großmächtige Prinzessin».
Persuasivo il soprano Angela Brower nel ruolo “en travesti” Der Komponist. Nel Preludio di maniera Ein Musiklehrer con Adrian Eröd; di buon livello il resto della compagnia. Il -Tenore-, gagliardo ed esteso Tuomas Katajala, si configurerà quale estraniante Bacchus, nella sua tenuta disinvolta e fuori contesto nella metafora dell’uomo comune che poco si addice nell’insieme, se non nel rendere ampollosamente i versi di Hofmannsthal.
Il canto delle tre Ninfe, Najade, Dryade, Echo, distinte per qualità e sintonia, ci accompagnano con leggiadria in atmosfere mitiche: Jessica Ricci, Michela Guarrera, Sofia Barbashova. In connubio tra parola e musica le quattro maschere, ottimi nel canto e godibili nella recitazione: Harlekin, Äneas Humm; Scaramuccio, Matteo Ivan Rašić; Truffaldin, Karl Huml; infine Manuel Günther per Brighella. Anch’essi, allegoria dell’equivoco.
Vincenzo Grisostomi Travaglini
































