Gaetano Donizetti, Lucia di Lammermoor, Fabrizio Maria Carminati,
Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini di Catania (Maestro Luigi
Petroziello), Lisette Oropesa (Lucia), Stefan Pop (Edgardo), Mattia Olivieri (Sir Enrico Asthon), Riccardo Zanellato (Raimondo), Dean Power (Normanno), Irene Savignano (Alisa), Didier Pieri (Lord Arturo Bucklaw), registrazione effettuata nell’agosto 2024 al teatro Massimo Bellini di Catania
Euroarts (2 cd)
L’interesse di questa incisione consiste nella Lucia di Lamermoor di Lisette Oropesa, considerata oggi una delle più accreditate interpreti del primo Ottocento italiano, anche se il suo repertorio comprende anche altri ambiti: il teatro barocco, la produzione di Mozart, la Manon di Massenet. Questa incisione va ad aggiungersi a quella dei Puritani, realizzata sempre per Euroarts, con la quale forma una sorta di dittico, due pannelli dello stesso momento storico del teatro lirico.
Lisette Oropesa si affida alla concertazione di Fabrizio Maria Carminati, alla testa delle ottime Masse Artistiche del Teatro Massimo Bellini di Catania, che trovano in questa incisione una bella occasione di visibilità internazionale.
Fabrizio Maria Carminati fa una Lucia di Lammermoor intensa e drammatica, sviluppata su di un arco interpretativo coerente. Imprime a Lucia di Lammermoor un ritmo narrativo incalzante, che coglie lo slancio, l’impeto, la novità di questa partitura; la dimensione tragica che l’avvolge fin dal Preludio. Pur rispettandone anche i momenti più intensamente lirici, Fabrizio Maria Carminati ne sottolinea l’urgenza e attrae gli interpreti in questa concezione interpretativa, che nella generale tenuta trova momenti particolarmente efficaci nel finale del I Atto della Seconda Parte, con il celebre Sestetto, “Chi mi frena”, nella scena della Torre di Ravenswood, che qui suona davvero travolgente, nella scena stessa della Pazzia. Trai meriti di questa direzione c’è poi l’arte di accompagnare con efficacia il canto, attenta alle indicazioni del Compositore senza nulla concedere; ferma nel richiamare i passi virtuosisti alla loro funzione drammatica.
Molti sono gli esempi possibili, ma potrebbe bastare ascoltare come Fabrizio Maria Carminati accompagni “Regnava nel silenzio” e quale partito tragga con Lisette Oropesa dalle indicazioni agogiche, gli affrettando, il presto, affrettando un poco di chiamarmi a se parea, il crescendo di stette un momento immobile e poi il ritorno al I Tempo
La prima a stare nella lettura di Carminati è proprio la protagonista. Fin dalla Recitativo di sortita Lisette Oropesa dà rilievo ai versi del libretto di Salvatore Cammarano con dizione chiara e fraseggio incisivo, disegnando da subito una Lucia agitata, frugata dall’ansia. In “Regnava nel silenzio” Oropesa domina senza difficoltà una tessitura che, qui, come in molti altri passi della parte, chiama in causa la prima ottava e utilizza i passi virtuosistici sempre in funzione espressiva. Lisette Oropesa li esegue con precisione, dimostrando fluidità nelle agilità, sfoggiando un bel trillo e una gamma omogenea, anche se (almeno all’ascolto discografico) i Do acuti possono talvolta suonare metallici o il loro nitore viene sacrificato all’espressività. Nel Duetto con Edgardo sa trovare l’abbandono di “Verranno a te sull’auree”, mentre nel Duetto con Enrico sa prima essere pugnace in “Nel pallor funesto orrendo”, commossa in “Regnava nel silenzio”. Nella Scena della Pazzia, il momento in cui ogni soprano, che aspiri ad essere una Lucia di riferimento, gioca tutte le sue carte.
Qui più che mai Lisette Oropesa con Fabrizio Maria Carminati mette in risalto la dimensione drammatica della scrittura donizettiana; lo fa senza forzare i mezzi, ma evidenziando l’espressività del grande Recitativo accompagnato, che precede “Ardon gli incensi”. Lisette Oropesa non è certo la più strabiliante delle virtuose che si sono accostate al personaggio, ma certo è una delle migliori nel mostrare la tragicità di una Scena spesso fraintesa e utilizzata come occasione di virtuosismo. Peraltro, la stessa cadenza adottata per l’occasione è lontana da soluzioni drastiche, che si limitino a quello che si legge in partitura (in pratica, poco o nulla), ma anche dalla tradizione maturata in quasi duecento anni e testimoniata versioni diverse. Lisette Oropesa opta per una cadenza breve, incisiva, preoccupata di non trasformare il finale di “Ardon gli incensi” in una pagina concerto, in un’occasione per sfoggiare le abilità la sua bravura. Proprio per questo mi sembra che meglio le convenga Lucia piuttosto che Elvira dei Puritani. La vocalità donizettiana più ancora di quella belliniana le consente di trascendere la categoria del soprano lirico-leggero per abbracciare una più ampia gamma espressiva.
Edgardo è Stefano Pop, tenore rumeno che si è messo in evidenza dal 2000, soprattutto nel repertorio italiano del primo Ottocento, da Bellini a Donizetti, al Verdi degli Anni di Galera e della Trilogia sempre con buoni risultati. Ma ancora una volta, il suo ascolto finisce per non convincermi del tutto. Timbro importante, senza dubbio, ma non indimenticabile; canta con dizione chiara e fraseggio attendibile, ma proprio al fraseggio fa difetto, almeno in parte quella aristocratica nobiltà che dovrebbe connotare gli eroi romantici, alla maniera di Alfredo Kraus, per intenderci. Giova a Pop la lettura di Carminati, perché è proprio nella concitazione e nell’impeto che ha modo di mergere, mentre nei passi più lirici della parte non trova l’abbandono necessario. Tra i momenti più riusciti c’è proprio il Duetto della torre con Enrico. Affronta e risolve credibilmente “Tombe degli avi miei”, ma delude in “Tu che a Dio”. Non si tratta di rimpiangere interpretazioni mitiche come quella di Schipa o Gigli, che oggi forse increscerebbero al pubblico per uno stile che suono datata, ma di ritrovare un lirismo più consono a rendere una il topos della “bella morte” caro al Romanticismo
Mattia Olivieri, invece, si segnala per la sua interpretazione di Enrico; lo canta con impeto, accento incisivo, slancio, facilità nel registro acuto, con sfoggio di puntatura di tradizione in “Cruda e funesta smania”. Coglie la specificità della vocalità di questo personaggio che è quella di un baritono villain. Peraltro, la grana chiara della voce, molto simile a quella dei baritoni dell’Ottocento, lo mettano al riparo dal cadere in accenti veristi. Si fa valere nella Sortita; è incisivo nel Duetto con Lucia, infuocato in quello con Edgardo, dando così una coerente interpretazione del personaggio.
Riccardo Zanellato è un pregevole Raimondo Bidebent. Ha voce di bel timbro; la sostiene un’ottima tecnica che gli consente di dominare con facilità una tessitura esigente, una scrittura che richiede un cantante duttile, capace di passare dal tono affettuoso e persuasivo della grande Aria, “Cedi, ah cedi”, a quella del Racconto, “Dalle stanze ove Lucia”, prima incalzante e poi solenne, il Coro si aggiunge alla voce del basso.
Tra le parti di fianco, merita una menzione il Normanno di Dean Power, squillante ed incisivo negli interventi dell’Introduzione: completano il cast l’Arturo di Didier Pieri e la corretta l’Alisa di Irene Savignano.
G.L.



























