A cura della rivista L’Opera, esce l’edizione italiana del volume di Mario Hamlet-Metz, che raccoglie le sue esperienze di vita d’ascoltatore attento e competente.  
Non un libro di memorie, ma un vero e proprio atlante musicale.

Di Giancarlo Landini

Cileno, docente di Lingue e Letteratura presso l’Università della Virginia, Mario Hamlet-Metz ha messo l’opera lirica al centro dei suoi interessi e l’ha indagata attraverso conferenze, saggi, articoli, con collaborazioni internazionali, comprensive anche della nostra rivista. La prima edizione di Vivendo l’opera è stata pubblicata a Santiago del Cile nel 2016 e, tradotta, viene oggi edita in Italia.

Dodici capitoli scandiscono il racconto, che ha inizio nel 1952, (al Teatro Municipal di Santiago, giovanissimo, Mario Hamlet-Metz assistette alla Carmen, protagonista, Ramón Vinay), fino a pochi mesi prima della data di pubblicazione del libro.

Lungo questo itinerario si incontra un mondo oggetto di una narrazione popolata di titoli, di allestimenti, di cantanti, di amicizie artistiche. Il racconto diventa la mappa di un esploratore di talento e di indubbia competenza che si muove attraverso l’universo dell’opera e ne coglie i cambiamenti e l’incessante evolversi del fenomeno dell’interpretazione. Proprio per questo, Vivendo l’opera non può essere considerato un libro di memorie. Di questo genere evita il rischio più grave, quello del muro del pianto, dove i melomani si recano a lamentarsi dei tempi moderni e a lodare il bel tempo antico. Mario Halet-Metz non è venuto meno ai suoi artisti preferiti, alle voci che ha amato (una per tutte Virginia Zeani, di cui una lettera indirizzata all’Autore funge da Prefazione), ma è stato capace di appassionarsi via via alle nuove voci fino ad arrivare a scrivere che l’ovazione, riservata a Sondra Radvanovsky, dopo la “Mamma morta” al Metropolitan è la più lunga che abbia sentito tributare a scena aperta. Il risultato è, dunque, un atlante musicale, dove l’Autore ha la possibilità di dipingere personaggi e situazioni. Mario Hamlet-Metz ha la pennellata leggera e veloce. Ogni giudizio è dato con eleganza, rispetto ed educazione. Non sale mai in cattedra, non dimentica mai che sta narrando e non scrivendo un trattato di canto. Sa che le sue parole sono una testimonianza, ma non è il metro di giudizio di ciò che è giusto e di ciò che non lo è. Ha chiaro di non essere investito del ruolo di guru o di profeta dell’opera lirica.

Così il lungo racconto, che va a formare un libro voluminoso, si fa leggere senza difficoltà, mai inficiato da faziose polemiche.
L’indice analitico dei titoli e dei nomi permette anche un’altra fruizione, per certi versi persino più intrigante di una lettura ordinata. Vale a dire quella di inseguire i viaggi dell’Autore attraverso gli artisti citati. Così – non è che un esempio dettato dall’attualità – se si consulta
Vivendo l’opera alle pagine, dove si parla di Jessye Normann, alla 239 l’Autore ci racconta in modo semplice ed efficace l’entrata in scena di questa grande Cassandre ne Les Troyens del 1983 al Met. L’Autore la evoca, ce la fa vedere mentre avanza e sovrasta con la sua immensa personalità artistica il pubblico sgomento di fronte ad un dramma che trova compiuta espressio ne. Vi pare poco? Direi di no e mi sembra giusto sottolineare che ben ha fatto Sabino Lenoci a procedere all’edizione italiana di questo volume.

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