Vivo successo de L’Arca L’Ultima chiamata di Davide Raimondi Garattini: il teatro come esperienza collettiva

L’arca. L’imbarcazione misteriosa sulla quale Noè salvò l’umanità e il creato dal diluvio. L’ha costruita l’architetto Duilio Forte per il Fuori Salone 2026, a Milano, in via Newton. Nell’imminenza della catastrofe attende nei locali di servizio del complesso dell’ESEM-CPT.

Quest’arca diventa l’oggetto con il quale Davide Raimondi Garattini, regista, ma prima ancora autore del testo, con la direzione artistica di Gabriele Sannicandro, crea un momento forte di teatro, che intitola, L’Arca L’Ultima chiamata, spettacolo esperienziale. Teatro autentico e coraggioso. Coraggioso nella misura in cui si costruisce sulle idee e sulla parola. Che rifiuta ogni effetto. Che ti costringe a pensare. Un Teatro che cerca la via di uscita. Il diluvio è imminente. Sull’arca ci sono quattro posti- solo quattro-, che una Comandante, in realtà una sorta di spietata Kapo, mette in palio a chi si accalca per entrare: una donna incinta, una non vedente, un’ imprenditrice, un musicista, un operaio, un medico, una ragazza, una migrante, un insegnante. Non hanno nomi. Sono soggetti, da misurarsi per la loro utilità. Chi serve di più in un mondo futuro di salvati dal diluvio? Garattini Raimondi non vuole raccontare le loro storie; ma porre il problema che già si poneva l’Ariosto in una celebre Satira. In un mondo devastato dalla siccità a che cosa serve una gazza alias un poeta? Se si trovasse l’acqua, sarebbe l’ultimo ad avere il diritto di bere. Ma qui la situazione è più drammatica. Chi rimane a terra, sa che verrà distrutto.

Ed è un teatro così forte da avermi fatto provare una situazione di profonda angoscia. I dialoghi serrati, le ragioni degli uni e degli altri esposte con concretezza, rifuggendo dalla retorica; la regia essenziale, cruda, semplice ed efficace nella misura in cui ha saputo suscitare un profondo senso di smarrimento. Sono tutti elementi che fanno centro. Non siamo qui per passare il tempo.

Il mondo immaginato da Garattini Raimondi è senza Dio. Il diluvio non punisce i peccati degli empi. Sembra la conseguenza di un mondo tecnologico impazzito. Sembra, perché nel testo non si dice. Ma se non c’è Dio che punisce; non c’è Dio che salva. L’Arca allora potrebbe essere un’astronave. Per andare dove? A distruggere un altro mondo. E l’angoscia aumenta. Nel mondo di Garattini Raimondi la lotta è per la mera sopravvivenza; l’utilità è una scusa, per salvarsi, oppure sancisce la completa cecità di chi non vuole vedere. Che chiude la strada all’arte. A che cosa serve un musicista? Ma a che cosa serve una madre incinta? E un insegnante? La scuola? C’è una Migrante, che ha delle ragioni ben forti per sapere che cosa significhi andarsene. C’è anche un ex detenuto tra i papabili. Che ha una dialettica cruda e convincente. Lui sa sopravvivere; lo ha educato la strada; lo ha educato la galera; non ha principi e dunque ideali per un dopo dove non ci sarà l’arcobaleno e il patto con Dio, che non distruggerà più il mondo come sta scritto. Ma non c’è Noè. Il Comandante, dal piglio di una Kapo, non è Noè. Pare una burocrate, incaricata di un compito.

La felice costruzione del testo trova un ulteriore colpo di scena nel momento in cui il regista fa votare il pubblico. Salirà sull’arca chi totalizza più punti. E il pubblico ha votato. Voti incredibili. Hanno davvero votato. Hanno scelto. Hanno votato. Io no. Non voglio partecipare a questa pazzia. Credo che, come nella Tetralogia di Richard Wagner, la soluzione più giusta sia che il mondo perisca. Ma discussione a parte e possibili sviluppi, la votazione è un’altra scelta che dà forza al testo. Se lo misuro con la mia esperienza, lo spingermi a non avere votato, ne ha messo in risalto la sua capacità di interrogare le coscienze. Di costatare che chi era seduto davanti a me mi avrebbe lasciato a terra. A che cosa serve un critico? E un vecchio? L’Arca di Garattini Raimondi diventa così il regno dell’angoscia, dell egoismo travestito da razionalità. Ed in questo il regista coglie nel segno, con esatta percezione dei tempi per un testo che si configura come un crescendo. La recitazione, plasmata dalla regia, fa il resto. I personaggi si muovono nello spazio che sta tra l’Arca e il grande portone di entrata. Gli attori agiscono, come se facessero un debate. Ognuno dice le sue ragioni. Poi si vota. L’oggetto alle loro spalle, con la sua forza di suggestione, con il suo rimando culturale, mette in risalto la posta in gioco.

E così, in una sera d’estate, in un luogo periferico di Milano ti trovi davanti al teatro, quello vero.

Gli attori della compagnia Il Teatro Degli Eventi…nominiamoli: Alessandro Riccio, l’ex detenuto; Alessia Parisi, l’ingegnere, Andrea Riva, il Musicista, Alice Furlani, la Madre, Dalila Miucci, la ragazza, Fabrizia Parisio, il Medico, Giada Santambrogio, la Non Vedente, Ilaria Franceschini, l’Imprenditrice, Letizia Motta, la Migrante, Micaela Elisetti, la Comandante, in realtà una Kapo, Roberto Russo, il Muratore. Gli attori si sono dimostrati capaci di reggere il terribile compito di sostenere i loro personaggi senza volto. Ed è questa un’altra intuizione del regista. In questo teatro ognuno di noi potrebbe entrare in gioco. Se ogni personaggio avesse un nome, tutto perderebbe di senso; sarebbe una storia loro, la loro; invece è una storia nostra, la nostra. Ognuno con la sua visione della vita si ritrova in una delle figure che agiscono, in un range, che va dalla visione crudelmente concreta e cinica dell’Imprenditrice a quella artistica del musicista.

Successo vivissimo. Non poteva essere altrimenti.

Giancarlo Landini

Foto Alessandro Villa