Al Teatro Elfo Puccini di Milano, il testo di Diego Pleuteri, diretto da Alice Sinigaglia, trasforma il rapporto tra madre e figlio in un viaggio delicatamente disorientante, sospeso tra ironia, crudeltà e smarrimento.
Ci sono spettacoli che accompagnano lo spettatore lungo un percorso riconoscibile e altri che, fin dai primi istanti, ne mettono in discussione le coordinate, costringendolo ad abbandonare ogni certezza. MADRI, in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano, appartiene decisamente alla seconda categoria. Delicatamente disorientante è forse l’espressione più adatta per descrivere un lavoro che, attraverso una scrittura intelligente e una regia capace di scardinare le convenzioni, trascina il pubblico in una dimensione instabile, ambigua, nella quale il confine tra realtà e immaginazione diventa sempre più sottile.
La vicenda prende avvio da una situazione apparentemente semplice. Un ragazzo torna a fare visita alla madre durante un pomeriggio di pioggia. Entrando in casa, trova il salotto invaso da scatole, disseminate sul tavolo, sul pavimento e sulle sedie. La donna si muove tra quegli oggetti continuando a parlare, alla ricerca di un vecchio articolo di giornale che custodisce il ricordo di una citazione incompleta: «Di intimo c’è rimasto solo…». Le parole finali sono scomparse dalla sua memoria. E quella frase interrotta sembra aver congelato il tempo, lasciando la sua esistenza sospesa nell’attesa di una conclusione impossibile da raggiungere.
Il figlio, inizialmente estraneo a questa ricerca, finisce presto per esserne coinvolto. Ogni resistenza si rivela vana: il richiamo di quella parola dimenticata diventa troppo forte. Dalle scatole affiorano vecchi album fotografici, romanzi e piccoli, inquietanti scarafaggi difficili da uccidere. Oggetti che sembrano appartenere a un passato lontano e che, invece, riportano in superficie qualcosa di profondamente presente, qualcosa che non si lascia archiviare né cancellare.
È da questo meccanismo che prende forma il cuore dello spettacolo. La ricerca di una frase smarrita si trasforma progressivamente in un viaggio dentro la memoria, le paure e le zone d’ombra dell’esistenza. Madre e figlio sprofondano in un inconscio che sembra superare la dimensione individuale per diventare collettivo, condiviso, quasi universale. Non si tratta soltanto di ritrovare delle parole, ma di confrontarsi con tutto ciò che quelle parole contengono e che, proprio perché troppo difficile da nominare, è stato dimenticato.
La regia di Alice Sinigaglia affronta questo territorio con notevole intelligenza, evitando spiegazioni didascaliche e lasciando che siano le situazioni, i gesti e le improvvise deviazioni del racconto a suggerire il significato più profondo della vicenda. Il tema centrale non viene dichiarato platealmente: emerge per frammenti, attraverso una quotidianità che si incrina, un comportamento che perde progressivamente la propria apparente normalità, un senso di impotenza che si insinua anche nei momenti più leggeri.
Ed è proprio questa scelta a rendere il racconto particolarmente incisivo. La condizione di smarrimento, l’incapacità di portare a termine anche le azioni più semplici, la sensazione di essere intrappolati in un presente che non permette di procedere sono esperienze che appartengono a tante persone e alle loro famiglie. Lo spettacolo riesce a evocarle senza trasformarle in una dichiarazione esplicita, senza cercare scorciatoie emotive. Il dolore, qui, non viene esibito: si manifesta attraverso le crepe di una situazione apparentemente ordinaria, fino a diventare tanto più difficile da sostenere quanto più si avvicina alla realtà.
La scrittura di Diego Pleuteri si distingue per intelligenza e capacità di spiazzamento. I suoi dialoghi non seguono sempre le aspettative di una narrazione tradizionale, così come i personaggi sembrano sottrarsi continuamente a una definizione stabile. Si passa dal gioco al disagio, dalla comicità a una crudeltà improvvisa, dalla leggerezza a momenti nei quali ogni tentativo di comprensione sembra naufragare. Il pubblico viene così mantenuto in uno stato di ascolto vigile: percepisce che il percorso è costruito con precisione, ma non può prevedere quale sarà la prossima deviazione.
In questo equilibrio precario si inserisce il lavoro dei due interpreti, Valentina Picello e Vito Vicino, capaci di restituire con spontaneità e precisione il groviglio emotivo dei personaggi. La loro prova attraversa registri differenti senza perdere coerenza, assecondando le oscillazioni del testo e della regia. I momenti comici non diventano mai semplici parentesi di sollievo, così come quelli più crudeli non scadono nell’enfasi. Ogni cambio di tono sembra nascere organicamente dalla situazione, rendendo ancora più evidente l’imprevedibilità dei rapporti umani quando vengono messi a confronto con il dolore e con la perdita di controllo.
Particolarmente efficace è anche il sound design di Federica Furlani, che contribuisce a costruire un’atmosfera inquieta e sospesa, amplificando la sensazione di trovarsi in uno spazio nel quale le coordinate abituali stanno lentamente cedendo. Il suono non si limita ad accompagnare l’azione, ma partecipa alla definizione di un ambiente emotivo in cui ciò che si vede sembra sempre sul punto di trasformarsi in qualcos’altro.
La scenografia di Alessandro Ratti, essenziale e scarna, è al tempo stesso desolante. Le scatole e gli oggetti accumulati non rappresentano soltanto un disordine materiale: diventano il segno visibile di una memoria ingombrante, di un passato che non riesce a trovare una collocazione definitiva. Ogni elemento sembra trattenere una traccia, un frammento di vita, qualcosa che non può essere semplicemente eliminato. In questo spazio spoglio e affollato insieme, il disordine domestico assume progressivamente una dimensione interiore.
MADRI trova la propria forza proprio nella capacità di tenere insieme elementi apparentemente inconciliabili. Il divertimento convive con l’inquietudine, la tenerezza con la crudeltà, il quotidiano con l’assurdo. La risata, quando arriva, non mette necessariamente al riparo dal dolore; al contrario, può renderlo ancora più evidente, mostrando quanto siano sottili i confini tra ciò che riconosciamo come normale e ciò che ci spaventa.
Il risultato è uno spettacolo che non offre risposte immediate e non cerca di ricondurre ogni elemento a una spiegazione rassicurante. Chiede piuttosto allo spettatore di accettare il disorientamento, di restare dentro le contraddizioni e di lasciarsi attraversare da una storia che parla di memoria e dimenticanza, ma anche della fragilità dei legami e della difficoltà di trovare le parole giuste per raccontare ciò che accade.
Perché, talvolta, il dolore più profondo non si manifesta attraverso grandi dichiarazioni, ma proprio nell’impossibilità di completare una frase. E in quella ricerca ostinata, quasi assurda, di una parola perduta si nasconde la domanda più urgente dello spettacolo: che cosa resta di noi quando non riusciamo più a riconoscere, nominare o ricomporre i frammenti della nostra storia?
Con una scrittura acuta, una regia rigorosa e due interpreti pienamente immersi nel disagio dei personaggi, MADRI trasforma questa domanda in un’esperienza teatrale ambigua e coinvolgente. Un lavoro che lascia emergere il proprio significato senza imporlo, affidandolo alla sensibilità dello spettatore e alla forza di ciò che, anche quando viene dimenticato, continua a chiedere di essere ritrovato.





















