Fromental Halévy, La Juive, Henrik Nánási, Frankfurter Opern-Und Museumsorchester, Chor der Oper Frankfurt, Extrachor der Oper Franfurt, Ambur Braid (Rachel), John Osborn( Éléazar), Gerard Schneider (Léopold), Monik Buczkowska (Eudoxie), Simon Lim (Cardinal Brogni), Sebastian Geyer (Ruggiero), Danylo Matviienko (Albert), Klaus Grünbert, scene, luci e video animation, Silke Willrett, costumi, Nadja Krüger, video designer, Maximilian Enderle, dramturge, Tatjana Gürbaca, regia; ripresa effettuata l’11 e 14 luglio 2024 all’Oper Frankfurt; t.t.: 3h 19’ NAXOS 2.110781 (1dvd)

Titolo tra i più rappresentativi del grand-opéra, cavallo di battaglia di voci illustri, prime fra tutte quella di Enrico Caruso, che la tenne in repertorio fino al termine della sua carriera, nel dopoguerra La Juive ha goduto di una discografia non ampia, ma neppure priva di interesse dalla selezione RCA con Martina Arroyo, Anna Moffo, Richard Tucker, Bonaldo Giaiotti, diretta da Antonio De Almeida, all’edizione e integrale Philips, sempre diretta da De Almeida con Julia Varady, June Anderson, José Carreras, Ferruccio Furlanetto, alla RCA diretta da Simone Young con Neil Schicoff nella parte di Éléazar, la cui importante interpretazione è testimoniata anche dal dvd DG, diretto da Vjekoslav Sutej. Più frequente all’estero, specie in Germania, La Juive non è in pratica rappresentata in Italia e la recente proposta torinese deve considerarsi un’eccezione.

In ossequio ai dettami dell’imperante teatro di regia, l’azione è aggiornata alla contemporaneità, dentro un allestimento dalla scenografia piuttosto stilizzata e francamente bruttina, con una regia discutibile, che si deve a Tatjana Gürbaca. Gürbaca si è affacciata con successo sulla scena lirica con Turandot all’Opera di Graz nel 2001; da allora si è felicemente prodotta su numerose ed importanti ribalte della Germania e del Nord Europa in un repertorio vasto ed eterogeneo che dal Settecento arriva alla produzione contemporanea. Nel corso della sua carriera ha ricevuto importanti riconoscimenti, con il plauso della critica, come è accaduto anche per questo allestimento della Juive.

Nel mettere in scena il capolavoro di Halévy Gürbaca ha-ovviamente e, se si vuole, giustamente- evitato qualsiasi intento illustrativo, limitandosi ad alludere alle vicende storiche attraverso l’inclusione di qualche personaggio in costume d’epoca, ma, di fatto, badando solo al nocciolo del problema, vale a dire quello del fanatismo religioso, di cui nel caso presente sono vittima gli Ebrei e in particolare Rachel e suo padre, Éléazar. Scelta condivisibile, specie s si pensa all’attualità di questo argomento in un’Europa dilaniata dall’odio, incalzata da nostalgie per regimi efferati, che si sono macchiati di crimini orrendi, e da partiti che vorrebbero usare ancora oggi la religione come scudo per le loro idee anti-libertarie.

Non si pretende che una regia di teatro scavi all’interno del complesso nodo del Concilio di Costanza, dove si consumò il dramma degli Hussiti, ma si chiede forse di procedere ad una rappresentazione meno sommaria e, alla fine, ingenua delle problematiche che Halévy tratta, pur dentro i condizionamenti del grand-opéra e delle sue strutture. In questo caso alcune figure sono davvero banalizzate. In particolare, quella di Eudoxie e di Léopold. La prima è trasformata in una sorta di capricciosa starletta, che si fa persino massaggiare i piedi da Éléazar (ma era il caso?), mentre il secondo è una sorta di zoticone. Léopold colpevole lo è di certo, ma il rapporto che lo stringe a Rachel è decisamente più complesso della semplificazione cui lo sottopone la regia di Gürbaca. I punti più discutibili sono i ballabili e i concertati, specie quello che chiude il III Atto. I ballabili sono una spina nel fianco di ogni moderna messa in scena di un grand-opéra. Bisognerebbe, intanto, disporre di un corpo di ballo, ma, pur disponendone, non si può certo farlo agire secondo le regole della danza classica che nel contesto suonerebbero ridicole. Da qui le più stravaganti invenzioni; in questo caso dei filmati con Léopold, campione del Cristianesimo che dà il peggio di se stesso, come i Cristiani, in queste rivisitazioni, colpevoli di tutto. Quanto ai concertati, la sovrapposizione di antico e moderno rende spesso incomprensibili le dinamiche dell’azione e la funzione dei singoli personaggi a chi non abbia ben chiaro che cosa stia succedendo.

Sposo in pieno la tesi di un mio amico che, giustamente sostiene un punto: una regia non fedele al libretto funziona solo in presenza di un titolo di cui il pubblico conosca bene la versione originale. Nel caso contrario, vado a manomettere un’opera ignota ai più, che non capiscono che cosa stia succedendo. Rimane poi da censurare un gusto estetico davvero discutibile, che produce soluzioni grevi.

Al contrario, l’esecuzione musicale è generalmente efficace con due punte pregevoli nell’Éléazar di John Osborn e nel Cardinal Brogni di Simon Lim.

Nonostante il passare degli anni, Osborn conferma il pieno possesso di uno stile adeguato e la capacità di realizzare una lettura fedele. Si cala con credibilità scenico-vocale nel personaggio. Nel primo caso, la scena, fa un Éléazar accanito nel desiderio di vendetta, determinato nel protestare i suoi diritti e nel praticare la sua religione. Nel secondo caso, il canto, possiede le carte in regola per risolvere la scrittura pensata da Halévy, al di là di tutte le possibili disquisizioni storico-filologiche sulla vocalità del primo interprete, il mitico Adolphe Nourrit.

L’osservazione vale anche per Simon Lim, alle prese con un personaggio di cui tutti i grandi bassi amarono almeno una pagina, “Si la rigeur”. Lim possiede una robusta e sicura voce di basso che gli assicura una costante tenuta e che si sposa ad una credibile azione scenica.

Gli altri sono all’altezza della situazione; il loro ascolto fa nascere una riflessione circa l’ampiezza del mercato europeo delle voci rispetto alla ristrettezza e alla monotonia delle proposte dei nostri teatri. A Francoforte si è in grado di schierare una Rachel, un’Eudoxie, un Léopold che portano a casa egregiamente la loro parte. Basti la Rachel del soprano canadese, Ambur Baid, che risolve adeguatamente la vocalità ‘falcon’ del personaggio, mentre ne offre un vigoroso disegno scenico. O l’Eudoxie del soprano polacco, Monik Buckzowska, che si disimpegna agevolmente in questa parte di coloratura, assolvendo con grande spigliatezza le richieste (stravaganti) di Tatjana Gürbaca, ma garantendo (prima di tutto) una credibilità scenica indispensabile nel teatro di regia.

Ripresa e registrazione eccellenti.

Giancarlo Landini