Il tutto esaurito e il successo trionfale del Concerto di Canto di Jakub Józef Orliński, accompagnato al pianoforte da Michael Biel, sono la riprova del completo sdoganamento della voce del controtenore in quanto tale e delle grandi aspettative del pubblico scaligero nei confronti dell’artista polacco. Che ha risposto con un atteggiamento di grande cordialità: ringraziamenti per la calorosa accoglienza; battute empatiche; un accenno di breakdance, di cui è affermato ballerino; la conferma in presa diretta di una personalità che i grandi marchi della moda corteggiano, perché attira migliaia di follower, è seguito sui social, sa essere rock. Alias non solo moderno, ma postmoderno. Come dire: volete Orliński rock? Come lo vedete sui social? Eccolo! Showman a tutti i costi! Questo l’aspetto di costume. Quanto alla musica?
Prima di tutto il programma. Il Barocco con Henry Purcell, “Sweeter than Roses”, “What Power art Thou” da King Arthur, “If Music Be the Food of Love”, “O Lead Ale to Some Peaceful Gloom” da Bonduca; Georg Frierich Händel, “Voi che udite il mio lamento” e “Coronato il crin d’alloro” da Agrippina, “Un zeffiro spirò” da Rodelinda, “Siam prossimi al porto” da Rinaldo, “Furibondo spira il vento” da Partenope.
La lirica da camera polacca con la scelta di una serie di pagine di Tadeusz Baird e Mieczyslaw Karlowicz, l’uno attivo nel XX sec., l’altro negli ultimi decenni del XIX, mentre Moniuszko, padre nobile della scuola polacca, si è ascoltato solo in uno dei bis.
Come sempre mi ha colpito la voce di Orliński, capace di usare con intelligenza i registri e con questi generare i colori o, meglio, i timbri che connotano così le singole pagine e i diversi passaggi delle pagine stesse. Sono rimasto molto più colpito dall’interpretazione delle liriche polacche che non dai brani del repertorio barocco. Nelle prime ho trovato una evidente attenzione a caricare il testo di sfumature, di dettagli timbrici al servizio di un’interpretazione di forte concentrazione emotiva. Nel secondo, il repertorio barocco, c’era come sempre, la consueta disinvoltura nel canto di coloratura, risolto senza colpo ferire. C’era anche un discreto abbandono nelle pagine scopertamente liriche. I confronti possibili sarebbero molti, ma non è una recensione la sede, per avventurarsi su questa strada. A conti fatti, mi è sembrato che nelle pagine polacche Orliński volesse essere interprete, entrare nella musica, fare capire al pubblico la loro bellezza; negli altri brani tendesse sostanzialmente esibirsi.
Il pubblico ha cortesemente applaudito le liriche polacche e si è sfogato dopo le altre. Ci sono stati numerosi bis, tra cui, a grande richiesta, “Vedrò con mio diletto” dal Giustino di Vivaldi, cavallo di battaglia di Orliński. Che non si è sottratto e lo ha prontamente eseguito. Alla riuscita della serata ha contribuito l’eccellente accompagnamento di Biel, in perfetta sintonia con il controtenore polacco, con il quale collabora da anni.
Giancarlo Landini

















