Vienna
A cura di Eva Pleus
E anche questa volta un regista ha ben pensato di modificare epoca e contenuto di un’opera lirica. Si tratta dei Pêcheurs de perles, la fatica del ventiquattrenne Georges Bizet, e il responsabile si chiama Ersan Mondtag. Come ormai usa troppo spesso, e ha voluto mostrare al pubblico le miserie riconducibili al capitalismo. Così i pescatori sono diventati tintori e conciatori di prodotti utilizzati per fabbricare vestiti di lusso da vendere nei templi del consumo. Se il primo atto si lascia anche vedere, nonostante l’invadente enorme statua di donna che verrà vestita durante lo svolgersi dell’azione, il secondo e terzo diventano ridicoli: vediamo la parte di un centro commerciale tutto in marmo con indicazioni di Guggi, Versasse ecc., variazione dei nomi di famose marche. Quindi in quest’ambito l’accusa di sfruttamento dei poveri ecc. Tutto vero, ma non ha niente a che fare con la storia di una sacerdotessa che deve pregare gli dèi affinché i pescatori escano salvi dal loro pericoloso mestiere. Nadir ci viene presentato come importatore di stoffe, Zurga come capo dei lavoratori, Leïla come modella. La differenza con il testo cantato è talmente stridente da far male. (E le finte scale mobili, dove i protagonisti devono scendere e salire come su una qualsiasi scala ferma sono totalmente fuori luogo: scene e costumi dello stesso Mondtag).
Luce e ombra invece per la parte musicale: Ottima la resa dell’Orchestra della Wiener Staatsoper (com’è noto, praticamente la Filarmonica di Vienna) sotto l’energica guida di Daniele Rustioni che ha saputo conferire impressionante forza soprattutto ai momenti drammatici, sostenendo bene i solisti e il Coro magistrale della Staatsoper, preparato da Martin Schebesta. Eroe della serata e festeggiatissimo Ludovic Tézier, uno Zurga da manuale, oscillante tra amore e odio e utilizzando il suo grandioso materiale vocale sempre nel modo più espressivo dello stato d’animo del suo personaggio. Kristina Mkhitaryan non possiede sufficiente personalità per coprire il vuoto lasciato dall’interpretazione del regista, ma con il suo soprano lirico tendente al drammatico se la cava onorevolmente, al netto di qualche acuto tagliente e di colorature non pulitissime. La parte dolente è costituita da Juan Diego Flórez: è comprensibile che il tenore peruviano voglia allargare il suo repertorio, ma per i punti dolci la voce è troppo secca (solo applausi di cortesia dopo “Je crois entendre encore”!) e per quelli drammatici non è sufficiente, affogando letteralmente nei concertati. Funzionale il Nourabad di Ivo Stanchev che fa parte dell’ensemble fisso.
Considerando che si tratta della prima assoluta locale di quest’opera alla Staatsoper di Vienna, sarebbe stato augurabile una produzione più convincente e una scelta più oculata del tenore.

















