Qualche riflessione
Di Giancarlo Landini
Grande entusiasmo al termine del concerto sinfonico di lunedì 4 maggio. Con l’orchestra Filarmonica della Scala, Michele Mariotti ha diretto la Sinfonia n. 3 in la minore op.56 detta Scottische di Felix Mendelssohn Bartoldy e la Sinfonia n. 8 in sol magg. op 88 di Antonín Dvořák. Due sinfonie distanti nel tempo, la Schottische, iniziata nel 1829, fu terminata solo nel 1842, mentre l’Ottava venne eseguita la prima volta a Praga nel 1890; due mondi, due stili, che hanno trovato nella lettura di Mariotti piena realizzazione; specie l’Ottava di Antonín Dvořák ha sollevato l’entusiasmo del pubblico.
Ma la di là della cronaca della serata, il concerto offre l’occasione per alcune riflessioni sulla parabola artistica di Mariotti. Il direttore pesarese è entrato alla Scala nella maniera più naturale: emerso al Rossini Opera Festival, il teatro milanese lo ha scritturato per il Barbiere di Siviglia nel lontano luglio 2010 e gli ha confermato la sua fiducia in qualità di direttore rossiniano con l’affidargli la prima assoluta locale in tempi moderni del Guillaume Tell, che alla Scala, finora, si era ascoltato solo in italiano. Mariotti ha dato ampia prova il suo valore. Intanto, però, ha dimostrato che può dire parole di rilievo anche in Verdi (qui alla Scala il primo Verdi), prima con I due Foscari e poi con I Masnadieri. Con in più l’aggiunta di una pregevole esecuzione di Orphée et Euridice di Gluck, versione di Parigi, protagonista Juan Diego Flórez. Peraltro, la sua eccellenza quale direttore d’opera è comprovata dall’attività all’Opera di Roma, dove è evidente la volontà di non rimanere chiuso nel recinto dell’opera italiana e di aprirsi, con interpretazioni di rilievo, anche ad altri ambiti della produzione operistica.
Ma l’aspetto più intrigante della sua presenza alla Scala può essere considerata la sua attività concertistica. Come dire che Mariotti fosse un ottimo direttore d’opera, lo sapevamo già.
Dopo tre concerti con l’Orchestra dell’Accademia della Scala (repertorio comprendente Mozart, Beethoven, l’Incompiuta di Schubert, la Sinfonia del Nuovo Mondo di Antonín Dvořák), nel 2019 ha diretto la Filarmonica, Mozart e Ives; poi lo scorso anno il Concerto di Natale (programma tutto mozartiano, la K 271, la Jupiter e il Mottetto “Exultate, Jubilate”) con l’Orchestra della Scala ed ora questo che ha riscosso generale gradimento ed ottime recensioni. Intanto, Mariotti ha assunto la direzione dell’Orchestra Nazionale della Rai, dove-ne siamo sicuri- farà un lavoro eccellente.
Nella costruzione di una carriera internazionale di primo piano, la decisione sembra ribadire una precisa convinzione: un grande direttore, che voglia essere collocato sullo stesso piano dei più significativi deve dimostrare di essere in grado di coniugare repertorio sinfonico ad alti livelli con il repertorio operistico, per non farsi rinchiudere nel recinto del direttore all’italiana, bravo nell’opera, o persino in quello dello specialista di un ambito, come potrebbe essere quello rossiniano o del primo romanticismo.
Mariotti ha tutte le carte in regola per confermare la sua eccellenza nel repertorio operistico e sinfonico. E qui lo ha dimostrato. Se penso all’Ottava, la validità dell’interpretazione sta proprio nell’averne evidenziato i punti di forza: la compattezza della narrazione, la chiarezza dell’ordito polifonico, più complesso di quello che si possa credere, l’attenzione ai dettagli (la morbidezza avvolgente del suono dei violoncelli cui Antonín Dvořák regale magnifici interventi, la presenza determinante degli ottoni e dei legni), ma anche il dono della sintesi e lo slancio necessario per dominare, senza cederle, l’esuberanza del flusso melodico. Aggiungo la capacità di differenziare mondi diversi come quello di Mendelssohn e di Dvořák.































