Gaetano Donizetti, Don Pasquale, Evelino Pidò, Royal Opera Chorus, Orchestra della Royal Opera House, Bryn Terfel (Don Pasquale), Ioan Hotea (Ernesto), Markus Werbe (Dottor Malatesta), Olga Peretyatko (Norina), Bryan Secombe (Un Notaio), Paolo Fantin, scene, Agostino Cavalca, costumi, Alessandro Carletti, luci, Racafilm, video, Damiano Michieletto, regia, registrazione effettuata il 24 e il 30 ottobre 2019 alla Royal Opera House
Opus Arte (1 dvd)
Gaetano Donizetti, Don Pasquale, Ivan Lopez-Reynoso, Orchestra Donizetti Opera, Coro dell’Accademia Teatro alla Scala, Roberto De Candia (Don Pasquale), Javier Camarena (Ernesto), Dario Sogos (Dottor Malatesta), Giulia Mazzola (Norina), Fulvio Venturi (Un Notaio), Maria-Alice Bahra, scene e costumi, Tobias Löffler, Dustin Klein, coreografie, Amélie Niermeyer regia, Matteo Ricchetti, registrazione televisiva, registrazione effettuata il 17 novembre 2024 al Teatro Donizetti di Bergamo; t.t.t: 130’
Dynamic 38067 (1 dvd)
Due edizioni, un’impostazione simile, ma due risultati ben diversi. L’opera di Donizetti viene sottoposta ad un’operazione di svecchiamento e di modernizzazione. Michieletto lo fa con quello speciale talento che lo ha imposto all’attenzione internazionale. In pratica, l’unico regista italiano ad essere entrato nell’olimpo europeo. Scena minimalista: profilo della casa disegnato da luci led; ambienti a vista, compreso il parcheggio esterno, con un’auto (quella di Don Pasquale) fuori moda. Rapidi cambi, con la casa di Norina trasformata in uno studio cine-fotografico, dove la ragazza fa l’assistente; nel III Atto ospita la proiezione in un giardino virtuale, sulla quale i due fidanzati cantano il loro Duetto d’amore. Don Pasquale è un volgare riccastro di periferia, modello anglosassone, con una tipizzazione greve, caricata, rozza, che calza a pennello a Bryn Terfel. Michieletto inventa un personaggio muto. Non è un maggiordomo, ma una donna di servizio, cameriera, badante, che è perennemente in scena: cinica, cattiva spudorata ed irritante. Da qui derivano una serie di gags di facile effetto, condotte ad arte. In questa girandola, più di una soluzione è azzeccata; soprattutto la cattiveria, la mancanza di ogni affetto, lo svelamento del contrario che fa di Don Pasquale un’opera impietosa. Si ride, certo. Ma non ride Don Pasquale. Purtroppo, quest’opera comica, da giocarsi con ironia, diventa greve e caricata. Tutto è troppo ed è fuori di luogo la conclusione con Don Pasquale ridotto su di una sedia a rotelle. Basterebbe dimostrare che ha capito l’antifona e che, pur con metà delle rendite, va incontro a una vecchia piacevole.
Evelino Pidò dirige come il faut. Ma Evelino Pidò dirige sempre come il faut. Tempi giusti, ben scanditi, adeguatamente pasteggiati con gioco sicuro di accelerando e rallentando. Puntuale accompagnamento dei cantanti, adeguata sottolineatura delle diverse atmosfere, da quelle sapide ed incalzanti, alle altre patetiche. Orchestra e Coro lo seguono ad arte, con bella limpidezza degli archi, interventi sempre calibrati dei legni e degli ottoni.
Sulla scena. Bryn Terfel va preso così com’è. Vero basso bariton canta come se fosse Daland dell’Olandese volante capitato in una farsa donizettiana. Fisico e sonorità sono più adatte ad un Falstaff shakespiriano, più da Enrico IV che da Allegre comari di Windsor. La dizione è sempre buona e le piccole magagne sono inezie che sfuggono del tutto ad un pubblico non madre lingua. Rimane una presa di ruolo coerente. Si potrà discutere, ma non negare a Terfel di essere un animale da palcoscenico.
Olga Pertyatko è una Norina di forte impatto per l’avvenenza, la spigliatezza, la sapiente alternanza di garbo, astuzia, malizia e seduzione. E la cantante? Nella Cavatina di sortita, “Quel guardo il cavaliere…”, non è la fine del mondo, se state a spaccare il capello in quattro, come se fossimo in un concerto di canto. Ma siamo a teatro. Bella dizione, fraseggio giusto, intenzioni corrette e ben realizzate; è a suo agio nella regia. Lo è anche Markus Werba, che canta con facilità e buon gusto la parte di Malatesta; la onora con una vocalità fresca, impetuosa, capace di dare soddisfazione alla cadenza di “Bella siccome un angelo”, di articolare la nostra lingua con grande scioltezza. Certo, nella stretta del Duetto con Don Pasquale, che prevede il sillabato veloce di “Vedrai se…”, bisogna accontentarsi, ma deve fare da spalla a un Terfel che non è proprio a suo agio in questo tipo di virtuosismo, caratteristico della vocalità dei buffi dell’opera italiana del primo Ottocento.
Infine, Otea; tenore contraltino che supera senza colpo ferire le ardite tessiture dell’Aria e della Cabaletta, dove si perette variazioni in acuto, come accade nella Serenata. Per il resto il timbro è poco personale e nel suo canto di poesia ce n’è ben poca. Fate mente locale alla Serenata, da intonarsi in una notte romana e da cantarsi con uno di quei timbri italiani, caldi ed appassionati, per fare sognare le ragazze. Che qui non sognano.
Ripresa e registrazione di livello. Niente note di copertina. Ma ormai a chi interessano?
Veniamo ora al Don Pasquale Dynamic, registrato e ripreso al Festival Donizetti 2024
Ci sono due motivi per ascoltare questa edizione di Don Pasquale: l’edizione critica a cura di Roger Parker e Gabriele Dotto; il Don Pasquale di Roberto De Candia.
La prima fa giustizia degli interventi che la tradizione ha sedimentato su una partitura troppo celebre ed ascoltata e, ancora una volta l’edizione critica restituisce all’opera e all’autore tutti i meriti di un geniale drammaturgo musicale. Il secondo disegna una figura originale, che sottrae il personaggio ai consueti cliché e lo fa in forza di un canto sempre misurato, mai forzato, ma attento alla parola, al dettaglio della frase.
Purtroppo, è protagonista di uno spettacolo deplorevole per l’insipienza della proposta. Il problema non è l’attualizzazione: la si è già vista, ma la catena di incongruenze, l’inverosimiglianza degli altri personaggi, il cattivo gusto di molte situazioni. Don Pasquale è un babbeo. Certo. Si fa beffare dal dottore. Certo. Ma il dottore non può essere un giovanotto che si aggira in ciabatte e bermuda, tirandosi dietro una (presunta) sorella che vive dentro un’automobile scassata ed un notaio che pare uno scappato di casa (quello del Covent Garden non è da meno; ma oggi si usa così). Il Coro è quello dei servi che spiano un padrone che ha perso la testa e non un gruppo di smandrappati che inneggiano all’amore libero. Quale? Visto che meno alternativi di Norina e di Ernesto non c’è nessuno. Ma se si vuole essere credibili con una lettura alternativa, bisogna scritturare un Ernesto che sia un ragazzino e non un signore di mezza età che pare il fratello minore di Don Pasquale e di un Don pasquale decisamente in gamba come quello di Roberto De Candia. Si può ridere per l’elefante rosa che si aggira nel secondo atto o anche per i facchini in tute di peluche tipo topi o conigli. Oppure dobbiamo pensare che l’elefante rosa rimandi ad un modo di dire, tipico della lingua inglese, per indicare le allucinazioni di chi fa usa di sostanze stupefacente? Ipotesi plausibile, visti gli sciroccati che la regia mette sulla scena. Se volete ridere anche per le frasi in dialetto bergamasco, fatelo pure. Ma un prodotto raffinato come Don Pasquale non è un farsaccia di questo genere. E perché scritturare Amélie Niermeyer per realizzare con le scene e i costumi di Maria-Alice Bahre, le coreografie di Dustin Klein, le luci di Tobias Loffler, questo spettacolo brutto da veder quando il Festival potrebbe dare spazi a giovani italiani di talento. Spero che nessuno sia così ingenui da credere che una simile regia renda internazionali.
E aggiungiamo la debolezza degli altri interpreti e la scarsa personalità di una direzione, quella di Iván López-Reynoso, alla testa delle citate e sempre lodabili Masse Artistiche. Viene da chiedersi per quale motivo il Festival si sia avvalso di questa bacchetta, quando il panorama italiano offre la possibilità di scegliere tra figure emergenti.
Rispetto alla recita ascoltata a teatro e recensita a tempo debito, Javier Camarena risulta un attendibile Ernesto, che esegue con credibilità la parte, anche se nei momenti patetici gli manca, seppure in misura diversa rispetto Otea, quel pathos da un lato e quel languore dall’altro che dovrebbero essere distintivi del personaggio, specie nella Serenata e nel Duetto, “Tornami a dir che m’ami”.
Per Norina e per il Dottor Malatesta ci si è avvalsi di Giulia Mazzola e di Dario Sogos, che provengono dalla Bottega Donizetti. L’idea è di per sè buona. Giulia Mazzola non manca di numeri, per la voce pregevole, la correttezza del canto nel cantabile, ma molto c’è ancora da lavorare sulla coloratura e sul registro acuto. Dario Sagos è un simpatico artista, che si muove con disinvoltura, ma non ravviso, per ora, meriti vocali di particolare pregio né una tecnica ancora a fuoco. Si potrebbe osservare che “Bella siccome un angelo” andrebbe cantata con involo belcantistico, appoggio, posizione, levigatezza e che il lato comico sta proprio nel fatto che un ritratto degno dell’Elvira dei Puritani, è invece utilizzato per dipingere una gaglioffa coma Norina. Le lettere di Donizetti sono lì a dirci quale fosse l’ironia del Compositore bergamasco. Il sillabato veloce è il virtuosismo dei buffi, ma il primo requisito-e il direttore dovrebbe saperlo- è che tutto sia non solo intellegibile ma chiarissimo. Ma non è così non è stato nel Duetto del III Atto. D’altronde, la farsa messa in scena dalla regista non era certo l’ideale per dare spazio all’ approfondimento di tutti quegli accorgimenti della vocalità di quest’opera che (non dimentichiamolo) fu scritta per quattro fuoriclasse e che richiede un ventaglio di finezze per rendere la graffiante eleganza, ma anche quel mix di agrodolce, che burlando, rivela il triste destino del povero Don Pasquale. Che qui, a suoi drammi umani, ha dovuto aggiungere anche le stramberie di un mediocre allestimento.
Il confronto, poi, con l’edizione firmata da Michieletto, schiaccia questa produzione bergamasca.
Giancarlo Landini






























